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Archimetra: pattern individuali di travaglio

Partorire è un atto creativo: l’individualità dei pattern di travaglio dovrebbe poter essere legale

Partorire: individualità dei pattern di travaglio.

Editoriale della direttrice Anna Maria Rossetti, tratto dal numero 2 della rivista Archimetra sul tema dei pattern individuali in travaglio e l’abuso di ossitocina sintetica

Le risorse creative delle donne in travaglio

Quando si dice che partorire è un atto creativo, non lo si intende “solo” perché si dà alla vita un figlio, ma anche perché creative e personali sono le risorse che le donne trovano lungo il viaggio del travaglio, costellato di adattamenti, imprevisti e ambivalenze. Ci si deve poter riconoscere, nel proprio travaglio, riconoscere il proprio modo di vivere e affrontare la vita, e creare nuove consapevolezze di sé. Difficoltà grandi possono portare a galla nodi noti, recenti o antichi, che chiedono di essere sciolti in modo nuovo… creativo, appunto. Il travaglio stesso, con la sua neuromodulazione straordinaria, offre la possibilità di trovare modi non ordinari di sciogliere blocchi emotivi anche antichissimi.

Le risorse creative delle ostetriche che assistono

Per questo anche la creatività e l’intuito di chi assiste la nascita sono chiamati in causa: è nelle pieghe inaspettate dell’incon­scio e del corpo materno, luo­ghi da cui da sempre emergo­no i bambini, che le ostetriche trovano le intuizioni per facili­tare le nascite.

È un sapere che si attiva in risposta a certi segnali: alcuni di questi sono impalpabili, e rispondervi appartiene all’arte; altri sono clinici ma ancora poco presenti in letteratura, poiché la PNEI (psiconeuroendocrinoimmunologia) è una branca scientifica acerba, in ostetricia.

In questo numero cerchiamo di costruire il ponte che colleghi l’intuito di ostetriche e donne con la clinica PNEI del travaglio.

La salute in travaglio e la capacità di stare nell’attesa

La salute di un travaglio si evince dall’adattamento a cui porta mamma e bambino. La domanda da porsi non è dun­que quanto in fretta la cervi­ce si dilata ma quanto è adat­togeno il processo dal punto di vista PNEI, sia per la madre sia per il sistema fetoplacentare. Anche l’ostetrica, in quanto ambiente del parto, è un fattore adattogeno; smette di esserlo se piena di paura o aspettative, se pensa di dover controllare la donna e il suo viaggio unico, se getta sulla donna lo sguardo dello scrutinio circospetto instillato dalla misoginia sistemica. Assistere la nascita dovrebbe avere come obiettivo farsi concave, cioè accogliere sgombre dal pregiudizio su come quel travaglio dovrebbe essere, per accettare come è.

La misurazione della salute del travaglio basata sul tempo è talmente fuorviante da rendere ciechi e sordi ad ambo i segnali di salute e di distress provenienti dalle donne. Finalmente l’OMS ha eliminato il partogramma come strumento per valutare la salute di un travaglio. Ma se non il tempo, allora quali indicatori possiamo utilizzare? Abbiamo bisogno di abbandonare, anzi rigettare con forza, il mito dell’accelerazione del travaglio, figlio del mito chiamato failure to progress, fallimento della progressione e parlare di failure to wait, uno dei più colposi fallimenti degli operatori: il non saper aspettare.

È vero che l’attesa non è sem­pre la risposta giusta ad un travaglio lento, ma è altrettan­to vero che se si lavora in ot­tica salutogenica, la risposta non è quasi mai la sua acce­lerazione con ossitocina sintetica. Abbiamo bisogno di det­tagliare una clinica integrata per una diagnosi differenziale tra “pattern individuali di tra­vaglio” e “arresto da distress”, e abbiamo bisogno di parla­re di quelle aree grigie nelle quali la risoluzione di un ral­lentamento apparentemente inspiegabile è custodita nella donna stessa.

Partorire: individualità dei pattern di travaglio

L’arte maieutica dell’ostetrica serve per far emergere le risposte individuali.

Perché la continuità dell’assistenza fa la differenza

Ma la maternità è anche ciclica: molte delle dinamiche apparentemente inspiegabili di una nascita, diventano comprensibili se si è avuto modo di conoscere madre, bambino e famiglia già dalla gravidanza o prima: è la continuità dell’assistenza, ancora non prevista da molti sistemi sanitari (tra cui il nostro) la prima fonte di sapere clinico e intuitivo dell’ostetrica. È necessario parlare di quanto si sa e
di quanto ancora non si conosce sui rischi legati all’abuso di ossitocina sintetica: il farmaco più pervasivo, nel mondo, con cui si nega alle donne la loro stessa individualità. “L’individualità dei pattern di travaglio dovrebbe poter essere legale!” dice la collega Sonia Richardson, riferendosi al clima di coercizione portato dall’uso di protocolli di assistenza fondati sul partogramma. Ed è per questi motivi che il tema di questo numero è anche politico, poiché nel parto, come nella sessualità, l’individualità femminile viene storicamente patologicizzata e il consenso del corpo è ancora tema ignorato.

L’importanza della semantica

Per questo abbiamo scelto la parola plateau e non “arresto” del travaglio per parlare di pattern uterini nei quali la progressione di cervice e feto non stanno avvenendo, ma altre cose stanno accadendo, evidentemente prioritarie agli occhi della biologia e del cuore delle donne.

Tutto il numero è costellato di “fagioli” colorati nei quali sono narrate storie di donne che hanno vissuto plateau particolari e personali, le cui risoluzioni sono state creative e salutogeniche, grazie anche all’ars maieutica di ostetriche concave e intuitive.

Confidiamo di poter nutrire una discussione che scardini alcuni assunti patriarcali dell’assistenza e nutra la complessità del ragionamento clinico, umano e femminista sulla nascita.

Partorire: individualità dei pattern di travaglio